Napoli Sommersa dal Turismo: Disneyficazione o Distruzione?

La vedete pubblicata o raccontata così da mass-media, la Napoli divenuta un parco giochi per turisti di massa, con folle immortalate sui social che intasano vicoli e piazze.

Articolo in collaborazione con la nostra redazione di SecretItaly.it

Questa Disneyficazione, coniata dal giornalista britannico Nick Squires su The Telegraph, ha trasformato davvero il centro storico in un set di souvenir e pizze surgelate, creando caos quotidiano per i residenti ?​ Sì!

Problemi per i Residenti

Le orde di visitatori rendono impossibile la vita normale: code chilometriche per la metro, prezzi alle stelle per affitti e generi alimentari, ed un degrado urbano accelerato da rifiuti e vandalismi. I napoletani lamentano la perdita di spazi pubblici, con bar e negozi storici sostituiti da catene turistiche, spingendo famiglie a emigrare verso periferie dimenticate.

Il Business del Turismo di Massa

Il boom genera introiti milionari per hotel e tour operator, ma il guadagno reale resta nelle mani di pochi: grandi catene e piattaforme come Airbnb incassano il grosso, mentre artigiani locali chiudono. L’economia si impoverisce, dipendente da stagionalità estreme e bassa spesa media pro capite – un turista “usa e getta” spende poco e lascia caos.

Napoli non ha bisogno di altre folle: ha bisogno di sguardi diversi

Questa città è ridotta a sfondo per reel e selfie, mentre la sua parte più profonda – quella che non entra nei pacchetti turistici – resta fuori dall’inquadratura. Il turismo di massa che riempie Spaccanapoli ed i soliti tre-quattro spot non solo schiaccia i residenti, ma tradisce proprio l’idea di viaggio culturale.

Si assiste al turista che consuma, ma non conosce

Il turista medio arriva con una checklist da social: pizza, murale di Maradona, Cristo Velato, panorama di Posillipo, e riparte convinto di aver “visto Napoli”. In realtà ha consumato immagini, non ha ascoltato storie, non ha chiesto cosa c’era prima dei locali per l’aperitivo, non ha idea di come si viva davvero in quei vicoli che usa come set fotografico.

Un esempio? I simboli ignorati nel centro di Napoli

Accanto ai classici, esiste una Napoli colta e spesso invisibile al turismo di massa: il Triangolo Egizio, la Cappella del Pontano, le Catacombe di San Gennaro o la gotica Chiesa Sant’Eligio Maggiore con il suo orologio parlano di millenni di stratificazione culturale, ma raramente finiscono in un post virale. Sono luoghi che chiedono tempo, silenzio, guida, curiosità: tutto ciò che il turismo “mordi e fuggi” non concede.

I luoghi segreti che nessuno vede

Se si esce dal circuito standard, si apre una costellazione di luoghi che raccontano un’altra Napoli. Alcuni esempi:

  • Il Parco Archeologico del Pausilypon e l’area della Gaiola, tra grotte romane e mare protetto, dove la natura incontra i resti di una villa imperiale affacciata su uno dei panorami più straordinari del Mediterraneo.
  • La Chiesa di San Giovanni a Carbonara, capolavoro gotico-rinascimentale con monumentali sepolcri angioini, a due passi dal caos ma quasi ignorata da chi cerca solo la foto “instagrammabile”.
  • Il Palazzo degli Spiriti a Marechiaro, antico ninfeo romano sul mare, avvolto da leggende e da un paesaggio che restituisce l’idea di una Napoli sospesa tra mito e realtà.
  • La Farmacia degli Incurabili, dove scaffali barocchi, vasi in maiolica e strumenti di un’antica scienza raccontano una città che è stata anche laboratorio medico e intellettuale, non solo street food.
  • La Chiesa di Santa Luciella ai Librai, minuscola, nascosta tra i vicoli, celebre per il teschio con le orecchie e per un culto popolare che unisce sacro, paura, speranza.
  • Il Miglio Sacro del Rione Sanità, percorso che intreccia catacombe, basiliche e palazzi nobiliari, rivelando un quartiere spesso raccontato solo per cronaca nera, non per la sua potenza culturale.

Qui il problema non è l’assenza di turismo, ma il tipo di turismo: arrivano pochi, spesso motivati, che parlano con le guide, con i custodi, con chi quei luoghi li vive.

È un modello di presenza che porta soldi senza distruggere, che fa girare economia locale senza ridurre tutto ad “esperienza”.

Napoli non è un prodotto

Un turismo più lento e selettivo, che sposti flussi dai soliti assi iper-saturi a questi luoghi dimenticati, sarebbe un atto di rispetto verso i residenti e verso la città stessa.

Limitare gli affitti brevi, contingentare gli accessi in alcune aree, promuovere percorsi come il Miglio Sacro o i parchi archeologici “minori” non è essere contro il turismo: è essere contro la sua versione più brutale e superficiale.

Napoli non è una scatola di cartoline da completare, ma un organismo vivo che soffre il peso di un turismo che guarda senza vedere. Chi la ama davvero dovrebbe iniziare a scegliere come visitarla, non solo quando.



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