Il Maestro, ovvero quando perdere diventa l’unica vittoria che conta.

Review

Regia e Sceneggiatura
7/10
Interpretazioni
9/10
Fotografia
8/10
Colonna Sonora
8/10
Impatto Emotivo
9/10
Overall
8.2/10

Pierfrancesco Favino torna al cinema con un ruolo che fa male. Nel bene.

C’è qualcosa di tremendamente onesto in Il Maestro, l’ultimo film di Andrea Di Stefano che è nelle sale da qualche giorno; non è il solito film italiano dove tutti vincono alla fine, non è la storia motivazionale che ti fa uscire dal cinema pronto a conquistare il mondo.

Articolo in collaborazione con la nostra Redazione di MondoTennis.net

È l’esatto contrario: un pugno nello stomaco mascherato da commedia, che ti fa ridere nella prima mezz’ora e poi ti lascia lì, seduto, a pensare.

Favino interpreta Raul Gatti, ex tennista che di grande ha solo avuto un ottavo di finale al Foro Italico. Il resto? Rimpianti, bugie e quella fastidiosa abitudine di raccontarsi una versione migliore di sé.

Un cialtrone simpatico, il tipo che rimorchia con battute imbarazzanti e si convince da solo di essere ancora qualcuno.

Accanto a lui c’è Felice, un tredicenne interpretato dal debuttante Tiziano Menichelli, che ha già la faccia di chi ha rinunciato a vivere. Suo padre l’ha trasformato in un progetto, non in un figlio.

Il Maestro, ovvero quando perdere diventa l'unica vittoria che conta

La pellicola prende la forma del classico viaggio on the road – maestro e allievo girano l’Italia dei tornei provinciali – ma non cercate qui la retorica dello sport che salva.

Di Stefano, che dopo L’ultima notte di Amore torna a dirigere Favino, costruisce un racconto dove lo sport è solo il campo da gioco su cui si misurano ferite più profonde. Il padre autoritario, la paura di non essere all’altezza, quella sensazione di star vivendo la vita di qualcun altro.

La colonna sonora merita una menzione a parte: Battiato, Bertè, Renato Zero, Raf. Non è nostalgia a buon mercato, ma una scelta precisa.

Quelle canzoni non fanno da sfondo, diventano parte del racconto. Cuccurucucù ti entra dentro come una preghiera laica, Meglio libera suona come un manifesto di libertà che i personaggi inseguono senza mai raggiungerla davvero.

Pierfrancesco Favino regala una delle sue migliori interpretazioni.

Lo dice lui stesso:

Mi assomiglia più di tanti personaggi vincenti che ho fatto…

E si vede. Non c’è traccia dell’attore che vuole impressionare, solo un uomo che ha smesso di fingere. Il ragazzo Menichelli gli tiene testa, una sorpresa autentica che promette molto.

Il Maestro non è un film facile. Non ti accarezza, non ti rassicura; ti sbatte in faccia l’idea che forse nella vita conta di più saper perdere con dignità che vincere a tutti i costi.

Che i maestri migliori sono quelli imperfetti, quelli che ti insegnano più con i loro errori che con le loro vittorie.

Un film che parla agli uomini di oggi, quelli che hanno smesso di credere alle favole ma non per questo hanno rinunciato a cercare un senso.

Se cercate un blockbuster, andate altrove. Se invece volete due ore di cinema onesto, questo è il posto giusto. Anche se fa un po’ male.


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