Cinque anni passati a Bruxelles a combattere per un regolamento che proteggesse davvero il Made in Italy.
Cinque anni finiti con un nulla di fatto. Antonio Maria Rinaldi, economista ed ex parlamentare europeo, non usa mezzi termini quando racconta cosa succede dietro le quinte delle istituzioni europee. E punta il dito contro chi blocca sistematicamente ogni tentativo di tutela: Germania e Francia.
Lo ha detto in un intervento alla TV de La Voce Web, ripreso dai colleghi di Scenari Economici, spiegando perché l’etichetta Made in Italy continua a essere copiata impunemente nel mondo e perché le nostre leggi nazionali non servono a nulla quando il falso viene prodotto oltre confine.
Il problema delle etichette fantasma
Il cuore della questione è semplice. Molte grandi aziende tedesche e francesi producono nei Paesi dell’Est Europa – Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia – ma vendono i prodotti come se fossero fatti in Germania o in Francia. Un regolamento europeo stringente sull’origine rovinerebbe questo gioco. Perderebbero il premium price, quel sovrapprezzo che i consumatori sono disposti a pagare per un prodotto tedesco rispetto a uno ceco.
L’Italia è il Paese che ci perde di più. Siamo i più copiati al mondo, vittima dell’Italian sounding su scala industriale.
Ma quando un prodotto falso viene etichettato Made in Italy in Francia o in Germania, la Guardia di Finanza italiana non può fare niente. Le leggi nazionali si fermano al confine. Servirebbero regole europee vincolanti. Che però non arrivano.
Rinaldi sostiene che Francia e Germania bloccano qualsiasi progresso in questa direzione proprio per proteggere i loro campioni nazionali. Un’accusa pesante, che secondo l’economista trova conferma nei cinque anni di tentativi falliti a Bruxelles.
L’errore di partenza? Maastricht
Per capire perché l’Italia è in questa posizione, Rinaldi torna indietro al Trattato di Maastricht. Sostiene che l’Italia sia entrata nell’Unione Europea e poi nell’euro da una posizione di debolezza politica cronica. Mentre Francia e Germania avevano leadership stabili – due presidenti e due cancellieri rispettivamente – l’Italia ha visto sfilare 14 presidenti del Consiglio.
Questa instabilità ha impedito al Paese di negoziare regole adatte al proprio sistema economico.
L’Italia ha firmato accordi “alla garibaldina”, come dice Rinaldi, accettando condizioni che si sono rivelate penalizzanti.
Un tempo quarta potenza industriale del mondo, ci siamo ritrovati sotto tutela con regole che ora mettono in difficoltà anche chi le ha scritte.
Il risultato è un’Unione Europea dove chi ha più peso politico riesce a proteggere i propri interessi nazionali, mentre gli altri devono adeguarsi. La retorica dell’unità europea, secondo questa lettura, nasconde rapporti di forza molto concreti.
Utilizare la blockchain come soluzione
Rinaldi però non si limita a denunciare. Propone anche una soluzione tecnologica: la blockchain. La definisce “l’arma vincente” per tracciare l’intera filiera di un prodotto in modo incorruttibile.
Fa l’esempio del pomodoro pachino che rischia di essere confuso con quello di Pechino.
Con un QR code basato su blockchain, il consumatore inquadra l’etichetta con lo smartphone e vede tutta la storia del prodotto: da dove è partito, dove è stato lavorato, come è arrivato sullo scaffale. Certezza assoluta sull’origine.
Una tecnologia che esiste, funziona ed è già applicabile. Ma serve la volontà politica di imporla come standard. E qui torniamo al problema di partenza: chi ha interesse a mantenere lo status quo farà di tutto per bloccare qualsiasi cambiamento.
Più di un’etichetta, uno stile di vita
Per Rinaldi il Made in Italy non è solo un marchio commerciale. È uno stile di vita che tutto il mondo riconosce e desidera. La creatività italiana, il modo di mangiare, di vestire, di vivere. Gli stranieri comprano italiano perché vorrebbero essere italiani.
Critica duramente chi, come Romano Prodi, sostiene che gli italiani debbano avere un’identità europea e non italiana. Una visione che secondo Rinaldi mortifica la vera forza del Paese e danneggia il tessuto economico fatto al 99% di micro e piccole imprese familiari. Queste aziende, a differenza delle multinazionali, se chiudono non hanno alternative.
L’ipocrisia dei bandi europei
L’economista chiude con una nota polemica sull’applicazione delle regole europee. In Germania la polizia usa solo auto tedesche, in Francia solo auto francesi. L’Italia invece, rispettando i bandi europei, acquista auto di produzione estera per le forze dell’ordine.
Un esempio piccolo ma significativo di come le regole comuni vengano applicate in modo diverso a seconda di chi le deve rispettare. L’appello finale è ai politici italiani a Bruxelles: fate squadra per l’interesse nazionale, indipendentemente dal partito. Esattamente come fanno i tedeschi quando devono portare a casa un risultato per la Germania.
La battaglia per il Made in Italy si combatte lontano dalle passerelle della moda e dalle cucine stellate. Si combatte nelle sale di Bruxelles dove si scrivono i regolamenti. E secondo Rinaldi, finora l’Italia l’ha persa.
Fonte: Scenari Economici




