Export italiano, ovvero… quando le vecchie rotte non bastano più.

Il container che partiva da Shanghai per Rotterdam passando da Suez oggi potrebbe non arrivare. O arrivare con settimane di ritardo e costi raddoppiati.

Le rotte del commercio mondiale, quelle che per decenni hanno funzionato con la precisione di un orologio svizzero, stanno perdendo colpi.

E l’Italia, che esporta oltre il 30% del proprio PIL, si trova in mezzo a una riorganizzazione profonda della logistica globale.

Lo studio Old trade routes for new trade wars? di Allianz Trade fotografa una trasformazione in corso da mesi, ma destinata a ridefinire gli equilibri commerciali per anni. Il commercio internazionale non si sta fermando, si sta spostando. Verso rotte alternative, hub emergenti, alleanze politiche che contano quanto i listini prezzi.

I colli di bottiglia si moltiplicano

Suez e Panama, i due passaggi chiave del commercio globale, stanno mostrando segni evidenti di fragilità. Il Canale di Suez, che gestisce circa il 12% degli scambi mondiali, ha visto i transiti crollare fino al 70% a causa delle tensioni nel Mar Rosso. Panama ha rallentato fino al 40% della capacità per la siccità che ha abbassato i livelli d’acqua necessari al funzionamento delle chiuse.

Le conseguenze si misurano in tempi e costi. La volatilità dei noli container è triplicata dal 2020. Uno shock di capacità del 20% può far raddoppiare le tariffe di trasporto nell’arco di dodici mesi. Per chi esporta, significa preventivi che saltano, margini che si assottigliano, clienti che aspettano merce bloccata in qualche porto.

Allianz Trade prevede che il commercio globale rallenterà allo 0,6% nel 2026 e all’1,8% nel 2027. Numeri che raccontano l’impatto ritardato delle guerre commerciali e la difficoltà delle infrastrutture attuali a tenere il passo con uno scenario geopolitico sempre più frammentato.

La geografia conta di nuovo

Un dato emerge con chiarezza dallo studio: un aumento del 10% della distanza geopolitica tra due paesi riduce del 2% i flussi commerciali bilaterali. La vicinanza politica, insomma, torna a pesare quanto la convenienza economica.

Il commercio si sta regionalizzando, si basa sempre più su alleanze e meno su pura logica di mercato.

Le misure restrittive applicate al commercio sono triplicate nell’ultimo anno e interessano quasi il 20% delle importazioni mondiali. Dazi, controlli, limitazioni che spingono aziende e operatori logistici a cercare strade alternative, a diversificare per non restare intrappolati in corridoi troppo esposti.

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I nuovi protagonisti

Mentre Suez e Panama mostrano le crepe, altri hub stanno crescendo. Vietnam, Emirati Arabi Uniti, Malesia, Arabia Saudita stanno rafforzando il loro ruolo come snodi logistici globali e piattaforme produttive. Non sostituiscono le rotte tradizionali ma le affiancano, creando una rete più articolata e meno vulnerabile.

Il Middle Corridor, che collega Cina ed Europa attraverso Asia Centrale e Caucaso evitando Suez, ha registrato una crescita dell’86% dei volumi nel 2023.

Un’autostrada commerciale che fino a qualche anno fa era considerata marginale e che oggi rappresenta un’alternativa concreta per chi non vuole dipendere da passaggi troppo esposti.

Questi nuovi corridoi non sono più veloci o più economici dei vecchi. Sono più sicuri, più prevedibili in uno scenario dove la prevedibilità vale oro. E questa è la vera novità: nella logistica globale il criterio di scelta sta cambiando. .

L’Italia nel mezzo del guado

Per il Made in Italy, fortemente integrato nelle catene globali, la situazione è complessa. Da un lato le filiere italiane dipendono da forniture che arrivano via mare, dall’altro esportano prodotti finiti verso mercati che potrebbero diventare meno accessibili. La trasformazione in atto può diventare un problema o un’opportunità, dipende dalla velocità di reazione.

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Il fabbisogno stimato per accrescere e rendere più efficienti le infrastrutture di trasporto italiane supera i 130 miliardi di euro nei prossimi dieci anni. I fondi del PNRR coprono solo una parte, serve un approccio pubblico-privato più strutturato. Porti, ferrovie, collegamenti intermodali: investimenti che non possono più essere rimandati se si vuole giocare un ruolo attivo in questa riorganizzazione.

Come spiega Luca Moneta, Senior Economist di Allianz Trade:

“In questa nuova fase, la vicinanza geopolitica e la resilienza logistica contano tanto quanto il prezzo e la qualità dei prodotti. Per le imprese italiane sarà cruciale diversificare rotte e partner e rafforzare la propria presenza nei nuovi hub commerciali in Asia, nel Golfo e in Europa orientale.

Non basta più essere bravi a produrre. Serve sapere dove produrre, da dove approvvigionarsi, attraverso quali rotte spedire, e come comunicare. Chi costruisce catene di fornitura più flessibili trasforma l’incertezza in vantaggio competitivo. Chi resta ancorato agli schemi del passato rischia di restare fermo mentre il mondo si muove su binari nuovi.



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