C’è un momento nella vita di ogni settore in cui i numeri smettono di essere semplici statistiche e diventano il grido d’allarme di un sistema che vacilla. Per la moda italiana, quel momento è adesso.
Gli ultimi otto mesi del 2025 raccontano una storia che nessuno vorrebbe sentire: la produzione nazionale nel comparto tessile, abbigliamento e pelletteria è crollata del 6,6% rispetto all’anno precedente.
Un dato che suona ancora più drammatico se confrontato con il -1,4% della media manifatturiera italiana. Mentre altri comparti industriali arrancano, la moda sprofonda.
Quando le saracinesche si abbassano
Dietro le percentuali si nascondono volti, storie, tradizioni che si spengono. Nel secondo trimestre di quest’anno hanno chiuso i battenti oltre mille imprese del settore. Fate un calcolo veloce: parliamo di undici aziende al giorno che smettono di esistere. E la parte più dolorosa? Nove su undici sono realtà artigianali, quelle botteghe dove il saper fare si tramanda da generazioni, dove ogni cucitura porta con sé decenni di esperienza.
Non stiamo parlando di multinazionali che chiudono uno stabilimento per aprirne un altro altrove. Stiamo parlando del cuore pulsante del Made in Italy, di quella rete capillare di maestranze che ha reso famoso il nostro stile nel mondo.
L’export che non tira più
Se la produzione langue, l’export non offre consolazioni. Le vendite all’estero sono scivolate del 3,4% nei primi otto mesi dell’anno, mentre il resto della manifattura cresceva del 2,6%. È come correre una maratona vedendo tutti gli altri che ti sorpassano.
E mentre le nostre aziende faticano a vendere fuori dai confini nazionali, c’è chi bussa alla nostra porta con prodotti sempre più competitivi. Le importazioni dal mondo extra-UE sono schizzate dell’8,2%, con la Cina che guida la carica (+11,8%) e che ormai rappresenta un terzo di tutto quello che arriva da fuori Europa.
Il paradosso del lusso in tempi di incertezza
Qui si apre uno scenario complesso. Dopo due anni di inflazione galoppante, i consumatori globali sono diventati cacciatori di occasioni, più attenti al prezzo che al cartellino prestigioso. La propensione al risparmio è salita, l’incertezza economica morde. E in questo contesto, anche il settore del lusso – tradizionale roccaforte del nostro Paese – mostra segni di affaticamento.
C’è poi la questione dei dazi americani, che hanno raffreddato un mercato storicamente ghiotto di Made in Italy. E come se non bastasse, i prodotti cinesi che prima volavano verso gli Stati Uniti ora cercano altri sbocchi, aumentando la concorrenza sui mercati alternativi dove eravamo presenti noi.
Una leadership europea sotto assedio
Vale la pena ricordare che l’Italia non è un attore qualsiasi nel panorama della moda europea: con 461mila addetti, siamo il primo Paese dell’Unione, distaccando nettamente il Portogallo (168mila), la Polonia (139mila), la Romania (133mila) e persino la Germania (131mila). Rappresentiamo il 27% dell’occupazione di settore in tutta l’UE.
Questo significa che quando l’Italia della moda starnutisce, tutta Europa prende il raffreddore. La nostra crisi non è un fatto isolato: ha ripercussioni su filiere internazionali, su designer emergenti che si appoggiano alla nostra manifattura, su quell’ecosistema fatto di collaborazioni e scambi che ha reso grande il fashion europeo.
Oltre i numeri
Gli ordini previsti per settembre mostrano un saldo negativo di -9,6 punti. Un miglioramento minimo rispetto ad agosto (-11,4), ma sempre un numero rosso che pesa come un macigno.
E mentre i grandi marchi cercano strategie di adattamento, investendo in nuove narrazioni e nuovi mercati, è la base della piramide a soffrire di più. Quelle piccole e medie imprese che costituiscono l’ossatura del sistema, che lavorano per i big ma anche per se stesse, con collezioni proprie e clienti costruiti in anni di lavoro.
Il punto è che questa non è solo una crisi congiunturale, destinata a risolversi con il prossimo ciclo economico positivo. Ci sono fattori strutturali in gioco: la sostenibilità che spinge verso una maggiore circolarità dei consumi (comprare meno, comprare meglio, rivendere), la digitalizzazione che cambia le regole del gioco distributivo, la frammentazione dei gusti in un mondo sempre più globalizzato ma paradossalmente sempre più tribale nelle sue scelte di consumo.
Che fare?
La domanda da un milione di dollari è: come si esce da questo tunnel? Non ci sono ricette magiche, ma alcune direzioni sembrano chiare. Serve un rafforzamento della filiera, con politiche industriali che sostengano non solo i grandi player ma soprattutto quella rete di PMI che rappresenta il vero DNA del Made in Italy. Servono investimenti in innovazione, non solo tecnologica ma anche di processo e di prodotto.
E serve, forse più di tutto, una rinnovata capacità di raccontare il valore del nostro lavoro. Perché in un mercato sempre più affollato e rumoroso, dove tutti gridano di essere i migliori, la differenza la fa chi sa comunicare autenticità, storia, qualità tangibile.
Il Made in Italy della moda non è morto. Ma è ferito, e ha bisogno di cure urgenti prima che sia troppo tardi.
Fonte di Redazione: Ufficio Studi di Confartigianato
