Orion di Artemis 2, il rientro spettacolare sulla Terra: come un razzo di 40.000 km/h diventa un paracadute nell’oceano.

La capsula Orion di Artemis 2, la prima missione con equipaggio del programma lunare americano degli ultimi oltre cinquant’anni, è in fase di rientro verso la Terra e dovrà affrontare uno dei momenti più rischiosi di tutto il volo: il frenaggio in atmosfera a oltre 40.000 km/h prima dell’ammaraggio nell’Oceano Pacifico al largo di San Diego.

Per il pubblico, il passaggio dalla velocità orbitale a una discesa controllata in pochi minuti appare quasi come un evento cinematografico; per la NASA e per gli ingegneri europei dell’ESA incaricati del modulo di servizio di Orion, è invece una prova decisiva per la sicurezza degli astronauti nei futuri voli lunari regolari.


Quando e dove ammaraggerà Orion?

Il rientro di Artemis II è previsto nel pomeriggio‑sera del 10 aprile 2026 sulla costa ovest degli Stati Uniti (20:07 EDT), con ammaraggio nell’Oceano Pacifico al largo di San Diego, in California, attorno alle 02:07 italiane del 11 aprile.

La missione, durata circa 10 giorni e compiuta da oltre 1,1 milioni di chilometri tra andata e ritorno, è stata concepita come un flyby lunare con equipaggio, senza allunaggio, per testare Orion, il lanciatore Space Launch System (SLS) e tutte le procedure di emergenza per i voli futuri verso la Luna.


L’inferno dei quindici minuti

Nel giro di circa 15 minuti, la capsula Orion dovrà passare da una velocità prossima a 11 km/s (circa 39–40.000 km/h) a una discesa controllata verso l’acqua, frenata da un sistema di paracadute multistadio che ridurrà la velocità finale a una manciata di nodi.

Orion di Artemis II, il rientro spettacolare sulla Terra: come un razzo di 40.000 km/h diventa un paracadute nell’oceano

Prima dell’ingresso nell’atmosfera, verso le 01:30 italiane del 10 aprile, il modulo di servizio europeo verrà sganciato e Orion si orienterà con lo scudo termico a contatto con la Terra, pronta a sfidare temperature attorno ai 2.700 °C (oltre 5.000 gradi Fahrenheit) generate dall’attrito contro l’aria.


Lo scudo termico ablativo: la linea di difesa degli astronauti

Il “muro” che protegge gli astronauti è realizzato con un materiale ablativo chiamato Avcoat, già impiegato nelle missioni Apollo, studiato per consumarsi e staccarsi in modo controllato, assorbendo e smaltendo il calore in eccesso.

Durante Artemis I, il rientro aveva già mostrato alcune anomalie locali nello scudo termico, spingendo la NASA a studiare rotte leggermente più verticali per ridurre il carico termico complessivo e la durata dell’attraversamento della fascia più critica dell’atmosfera. Per Artemis II, queste correzioni sono state ulteriormente affinate come parte del piano di mitigazione dei rischi per l’equipaggio.


Verso un’era più spudorata dei viaggi lunari

Il successo del rientro di Orion di Artemis II è una presa di posizione simbolica: dimostra che un veicolo moderno può trasportare esseri umani oltre l’orbita terrestre e riportarli a casa in sicurezza, aprendo la strada a lanci più frequenti, possibili anche con operatori privati, e a basi lunari pensate come vere e proprie “stazioni spaziali al suolo”.

Per il pubblico, il passaggio di Orion nel cielo notturno, con la scia incandescente e il successivo ammaraggio in mare, sarà un momento da seguire in diretta come un grande evento sportivo spaziale: uno spettacolo tecnologico che mostra come l’uomo abbia imparato a negoziare con il fuoco e la gravità per tornare sano e salvo sulla Terra.


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