Ha trionfato il No al referendum sulla giustizia, con oltre il 54% dei voti contro il Sì, secondo i dati definitivi e gli exit poll di Rai, La7 e Sky, mentre l’affluenza ha sfiorato il 59% senza bisogno di quorum.
Questo verdetto, arrivato dopo una campagna infuocata, non è solo un stop tecnico alla riforma – separazione carriere, doppio CSM e Alta corte disciplinare restano congelate – ma un test politico che scuote l’agenda di Giorgia Meloni.
Il voto che divide l’Italia
Le urne, aperte 22 e 23 marzo, hanno registrato un boom di partecipazione: 46% già domenica sera, 58,9% finale, con il No avanti ovunque tranne Lombardia, Veneto e Friuli. Meloni aveva bollato il referendum come “sfida tra chi cambia e chi no”, legandolo alla sua credibilità, ma il risultato – No al 54,5% negli instant poll – premia chi difendeva l’indipendenza della magistratura.
Schiaffo politico o monito passeggero?
Per il governo è un colpo duro: la riforma, pilastro del centrodestra, era passata in Parlamento senza opposizione, e il No la blocca, esponendo crepe nella maggioranza alla fine della legislatura. Enrico Mentana parla già di vittoria per Elly Schlein e il centrosinistra, che uscirà rafforzato verso il 2027. Eppure non è una crisi letale – Meloni può puntare sul Parlamento per ritentare – ma un segnale che i referendum politicizzati pesano sul consenso.
Cosa resta del dibattito?
Il No salva l’assetto costituzionale attuale, evitando “sconvolgimenti” all’autonomia giudiziaria come paventato dai critici. Per Fratelli d’Italia, in calo nei sondaggi, complica altre riforme simili; per l’opposizione, è linfa per attaccare la premier. In un’Italia divisa, questo voto ricorda che la giustizia non è mai solo “tecnica”: è il termometro del popolo.
