Da Tony Manero a Vincent Vega: John Travolta e il mito che non tramonta.

A settantadue anni, Travolta è un uomo che ha smesso di dover dimostrare qualcosa
Oggi, 18 febbraio 2026, John Travolta, l'attore di Grease e Pulp Fiction, compie un altro giro intorno al sole

Oggi, 18 febbraio 2026, John Travolta, l’attore di Grease e Pulp Fiction, compie un altro giro intorno al sole. Ma dietro la star c’è un uomo che ha conosciuto la gloria, il baratro e la rinascita — più volte. E che ancora oggi, con una grazia disarmante, sceglie di restare nel gioco.


C’è una scena che dice tutto di John Travolta. Non è quella in cui balla il twist con Uma Thurman in Pulp Fiction, né il momento in cui scende dalla scalinata in Grease con quella giacca di pelle che ha fatto sognare generazioni di adolescenti. È una scena privata, raccontata da lui stesso in più interviste nel corso degli anni: John, solo in casa, che balla. Senza pubblico, senza telecamere, senza aspettarsi nulla in cambio. Ballare, per lui, non è mai stato solo mestiere. È stata la forma più onesta che ha trovato per stare al mondo.

John Travolta, Settantadue anni compiuti oggi, 18 febbraio 2026.

Una vita che sembra scritta da uno sceneggiatore con il gusto del contrasto: picchi vertiginosi e cadute libere, la luce dei riflettori e il buio più cupo del lutto. Eppure Travolta è ancora qui, presente, riconoscibile — e per molti versi più interessante adesso di quanto non fosse quando era il golden boy di Hollywood.


Il ragazzo di Englewood

John Joseph Travolta nasce il 18 febbraio 1954 a Englewood, nel New Jersey, ultimo di sei figli in una famiglia di origini italoamericane e irlandesi. Il padre Salvatore gestisce una piccola azienda di pneumatici, la madre Helen è un’ex attrice e insegnante di recitazione che vede nel figlio minore una scintilla da alimentare. È lei, più di chiunque altro, a capire prima che John non è fatto per stare fermo.

La scuola lo annoia. Le regole lo soffocano. A sedici anni abbandona il liceo e si trasferisce a New York per inseguire il sogno del palcoscenico. Una scelta che a molti sembrerebbe un salto nel vuoto; per lui è semplicemente l’unica cosa logica da fare. Lavora, audiziona, aspetta. Fa piccole parti a Broadway, compare in spot pubblicitari, impara il mestiere consumando le scarpe sui pavimenti di legno delle sale prove. Non c’è niente di romantico in quella fase, solo lavoro duro e la tenace convinzione di essere nel posto giusto.

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La svolta arriva con la televisione: Welcome Back, Kotter, la sit-com in cui interpreta Vinnie Barbarino, il bullo dal cuore d’oro che fa impazzire il pubblico americano. È il 1975. Travolta ha ventuno anni e un sorriso che sembrava disegnato apposta per gli schermi. L’America lo adotta immediatamente.


Il corpo come linguaggio

Ma è il cinema a trasformarlo in mito. Saturday Night Fever (1977) non è solo un film: è un documento sociologico, un manifesto generazionale, una dichiarazione d’intenti sulla classe operaia americana e il bisogno di bellezza che abita anche le vite più grigie. Tony Manero — il ragazzo di Brooklyn che di giorno lavora in una ferramenta e di notte vive sotto le luci stroboscopiche della discoteca — è uno dei personaggi più stratificati della storia del cinema popolare. Non un eroe, non un villain: un uomo che cerca disperatamente qualcosa di più, senza sapere bene cos’è o dove cercarlo.

Oggi, 18 febbraio 2026, John Travolta, l'attore di Grease e Pulp Fiction, compie un altro giro intorno al sole

Travolta capisce Tony nel profondo. Lo capisce perché anche lui viene da una famiglia di periferia, anche lui sa cosa significa voler dimostrare qualcosa. E soprattutto sa muoversi: quella sequenza di danza sul parquet della discoteca non è coreografia, è rivelazione. Il suo corpo parla una lingua che non ha bisogno di sottotitoli.

Grease (1978) arriva l’anno dopo e consacra un’icona. Danny Zuko diventa il simbolo di un’intera epoca, e quella coppia sullo schermo con Olivia Newton-John — con cui Travolta rimarrà legato da un’amicizia profonda per tutta la vita — è pura chimica cinematografica. Sono due anni di gloria assoluta. Poi, come spesso accade, arrivano gli anni difficili.

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La caduta ed il ritorno

Gli anni Ottanta sono crudeli con lui. I film non funzionano, le scelte si rivelano sbagliate, il pubblico cambia umore. Travolta scivola fuori dal radar delle grandi produzioni. C’è chi comincia a parlare di lui al passato. La carriera sembra finita.

E invece. Nel 1994 Quentin Tarantino lo chiama per Pulp Fiction e il cinema rinasce — sia quello di Tarantino che quello di Travolta. Vincent Vega, il sicario tossicodipendente e filosofo improvvisato, è l’opposto di Tony Manero: è stanco, cinico, votato all’autodistruzione. Ma in quel personaggio c’è ancora il corpo di Travolta, quella presenza fisica inconfondibile, quella capacità di riempire lo spazio sullo schermo senza sforzo apparente. La nomination all’Oscar arriva come una conferma di quello che molti avevano già capito guardando il film: questo uomo non era finito, era semplicemente in pausa.

Il secondo atto è pieno e generoso. Get Shorty, Broken Arrow, Face/Off, Primary Colors: Travolta si muove con disinvoltura tra generi diversi, dimostrando una duttilità che il pubblico della Fever Fever aveva forse sottovalutato. È un attore vero, non solo una star.


L’uomo dietro l’attore

Ma la storia di John Travolta non si legge solo attraverso i suoi film. Si legge attraverso le perdite.

Nel 1977, mentre è al culmine della prima grande ondata di successo, perde Diana Hyland, l’attrice con cui stava e che amava, stroncata da un cancro al seno. Ha ventitré anni e conosce per la prima volta il dolore di perdere qualcuno che ami davvero. Questa morte silenziosa, avvenuta lontano dai riflettori, lo segna in modo permanente.

Oggi, 18 febbraio 2026, John Travolta, l'attore di Grease e Pulp Fiction, compie un altro giro intorno al sole

Nel 2009 il colpo più devastante: Jett, il figlio maggiore, muore a soli sedici anni durante una vacanza alle Bahamas a causa di una crisi epilettica. Travolta e sua moglie Kelly Preston vivono un dolore che nessun essere umano dovrebbe conoscere. La coppia sceglie, con coraggio raro nel mondo dello spettacolo, di non sparire — di restare visibili, di parlarne, di non trasformare la tragedia in uno scudo. Nel 2020 perde anche Kelly, scomparsa dopo una battaglia contro un cancro al seno durata due anni. Questa volta Travolta scrive lui stesso l’annuncio su Instagram, con parole di una semplicità devastante.

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Chi lo conosce racconta di un uomo che piange senza vergogna, che parla dei suoi morti con il loro nome, che non fa del dolore uno spettacolo ma non lo nasconde neanche. C’è qualcosa di profondamente dignitoso in questo modo di stare nel lutto.


La grazia degli anni

A settantadue anni, Travolta è un uomo che ha smesso di dover dimostrare qualcosa. Appare in pubblico sereno, continua a recitare, continua a ballare quando gliene capita l’occasione — e quando balla, il tempo sembra fermarsi in modo strano e meraviglioso. Quel corpo che ha attraversato decenni di cinema porta ancora la stessa leggerezza, come se la gioia del movimento fosse rimasta intatta mentre tutto il resto cambiava.

È padre di tre figli — Jett, Ella e Benjamin — e parla di loro con quella semplicità che hanno solo le persone che hanno capito cosa conta davvero. È un pilota esperto (è certificato su più tipi di aeromobili e possiede diversi aerei), un seguace della Scientology che non ha mai usato la propria fede come arma o come brand, un uomo che ha attraversato ogni tipo di estremo e ne è uscito intero.

Settantadue anni. Una vita intera vissuta sotto il peso e il privilegio della fama. Eppure, se gli chiedete chi è John Travolta, la risposta più onesta forse è questa: è un ragazzo di Englewood che voleva ballare ed ha ballato… e ancora non ha smesso.


Buon compleanno, John. Il parquet è ancora tuo.


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