PINO PASCALI: L’ARTISTA CHE TRASFORMÒ LA REALTÀ IN GIOCO…
Il ribelle gentile dell’arte italiana
Di fronte alle sue opere, ci si trova sempre divisi tra il sorriso e lo stupore. Pino Pascali aveva questo dono: rendere l’arte accessibile senza renderla banale, provocatoria senza essere aggressiva, poetica senza scivolare nel sentimentalismo.
Quando Pino Pascali arrivò a Roma dalla sua Puglia nel 1955, aveva vent’anni e il sogno di diventare scenografo. Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel ragazzo alto e carismatico, con un sorriso contagioso e un’energia inesauribile, avrebbe rivoluzionato l’arte italiana in poco più di un decennio, prima che una morte assurda e prematura lo strappasse al mondo a soli 33 anni.
Pino Pascali era tutto fuorché l’artista tormentato e introverso dello stereotipo. Era un uomo d’azione, un comunicatore nato, un performer ante litteram che viveva l’arte come un’estensione della vita stessa.
Aveva lavorato come grafico pubblicitario, creando campagne memorabili per Pavesini e liquore Cynar, portando quella stessa capacità di sintesi visiva e ironia nelle sue sculture e installazioni.

Il mare dentro
La sua Puglia non l’ha mai lasciato. Il mare di Polignano a Mare, dove nacque nel 1935, divenne l’ossessione poetica che attraversa tutta la sua opera. Ma Pascali non dipingeva il mare: lo ricreava, lo simulava, lo evocava con mezzi poveri che diventavano straordinariamente efficaci. Le sue Vedove — quelle misteriose forme nere che sembrano piangere il mare — sono tra le immagini più iconiche dell’arte italiana del dopoguerra.
In un’epoca in cui l’arte si faceva sempre più concettuale e cerebrale, Pascali riportava il corpo, il gioco, la fisicità. Le sue sculture di animali a grandezza naturale — il coccodrillo, la tigre, le balene — realizzate con legno grezzo e lamiera, avevano qualcosa di primitivo e insieme di sofisticatissimo. Erano finte, dichiaratamente false, eppure evocavano presenze reali, selvagge, primordiali.
L’arte come performance esistenziale
Pascali trasformava lo studio in un palcoscenico. Le fotografie dell’epoca ce lo mostrano mentre interagisce con le sue opere: cavalca il carro armato, lotta con il coccodrillo, posa accanto alle armi giocattolo. Non era solo documentazione: era parte integrante dell’opera stessa. L’artista non si nascondeva dietro la creazione, ma vi si immergeva completamente.
La sua adesione all’Arte Povera non fu mai dogmatica. Mentre altri artisti del movimento teorizzavano sulla smaterializzazione dell’opera, Pascali riempiva gli spazi con presenza fisica, con volume, con materia povera ma ingombrante. Il suo “mare” era fatto di teli cerati azzurri ondulati, ma occupava intere gallerie. La sua “terra” era argilla vera, umida, che emanava odore e richiedeva manutenzione.

Modernità e ironia
C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in Pascali, qualcosa che parla ancora oggi con forza sorprendente. La sua capacità di mescolare alto e basso, arte e pubblicità, natura e artificio, anticipa molta dell’arte degli anni a venire. Le sue armi finte — i cannoni, i missili, le mitragliatrici — costruite con materiali poveri, parlano di guerra e violenza attraverso la simulazione, creando un cortocircuito tra minaccia e gioco che oggi sembra profeticamente attuale.
Era un uomo del suo tempo, Pascali: amava le auto veloci, le donne belle, la vita notturna romana degli anni Sessanta. Ma era anche capace di una poesia visiva che trascendeva il suo momento storico. Quando creava i suoi “bachi da setola” — forme sensuali e organiche realizzate con setole industriali — o le sue “trapunte” — superfici tattili e seducenti —, toccava qualcosa di universale: il desiderio di bellezza, la nostalgia per un mondo naturale che già allora si sentiva perduto.
L’eredità di un genio incompiuto
Il 25 settembre 1968, Pino Pascali moriva in un incidente stradale sulla via Cassia. Aveva trentatré anni e aveva già esposto alla Biennale di Venezia, aveva riempito gallerie in Italia e all’estero, aveva lasciato un’impronta indelebile nell’arte contemporanea italiana. Ma era solo l’inizio: di progetti ne aveva ancora decine, disegni, appunti, sogni.
Oggi, a più di cinquant’anni dalla sua morte, Pascali rimane una figura centrale e insieme sfuggente. La sua opera rifiuta le categorizzazioni facili, oscilla tra gioco e serietà, tra natura e cultura, tra verità e finzione. È l’artista che ha capito prima di molti altri che nell’era della riproducibilità tecnica, della televisione, della pubblicità, l’arte doveva trovare nuove strade: non opporsi alla cultura di massa, ma attraversarla, contaminarla, trasformarla.
Il suo studio romano, che aveva chiamato orgogliosamente “Lo Studio”, era un teatro permanente dove l’arte accadeva. Amici, artisti, critici, galleristi, donne affascinanti: tutti passavano da lì, attratti dal magnetismo di un uomo che faceva dell’esistenza stessa una forma d’arte.
L’uomo dietro l’opera
Chi l’ha conosciuto lo ricorda come una forza della natura: generoso, vitale, capace di lavorare per giorni senza dormire quando un’idea lo possedeva. Non era un intellettuale austero, ma un artigiano poeta, uno che pensava con le mani e con tutto il corpo. La sua arte non nasceva sui libri ma nell’azione, nel fare, nel confronto fisico con i materiali.
In un’Italia ancora provinciale, Pascali guardava già al mondo: ammirava gli americani del Pop, dialogava con le avanguardie europee, ma rimaneva profondamente italiano, mediterraneo, con quella leggerezza ironica che sa nascondere profondità abissali.
La sua morte prematura ha fatto di lui un mito, ma sarebbe un errore pensare a Pascali solo come a un genio romantico stroncato dal destino. La sua grandezza sta nell’opera che ci ha lasciato: testimonianza di un’intelligenza visiva straordinaria, di una capacità di reinventare il linguaggio dell’arte che pochi suoi contemporanei hanno eguagliato.
Oggi le sue opere sono nei musei più importanti del mondo, dal MoMA di New York alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Ma forse il modo migliore per ricordarlo è immaginarlo nel suo studio, sorridente, circondato dalle sue creature impossibili, pronto a convincerci che un telo cerato azzurro può davvero essere il mare, che una balena di legno può davvero nuotare, che l’arte, in fondo, è il più serio dei giochi.
Pino Pascali ci ha lasciato troppo presto, ma ci ha regalato una lezione che vale per sempre: la realtà non si copia, si reinventa. E in questa reinvenzione sta tutta la magia dell’arte.



