Nasceva oggi, il 24 marzo 1926. Un bambino di lago, figlio di un ferroviere e di una contadina, che avrebbe fatto tremare i potenti di mezzo mondo armato soltanto di parole, gesti e risate. Benvenuti nella vita di Dario Fo.
C’è una fotografia che dice tutto. Dario Fo sul palco, maglione nero, pantaloni neri, solo. Nient’altro. Nessun fondale elaborato, nessun costumista, nessun effetto speciale. Solo un uomo che parla, e una platea che non riesce a smettere di ridere — e di pensare.
Ecco chi era Dario Fo: l’uomo che aveva capito, prima di chiunque altro, che la risata è la forma più sovversiva di libertà.
Un bambino cresciuto tra storie rubate al lago
Dario Fo nasce il 24 marzo 1926 in una famiglia di tradizione antifascista. Suo padre è un ferroviere, sua madre una contadina. Abitano a Leggiuno-Sangiano, un pugno di case sulla riva orientale del Lago Maggiore, in provincia di Varese. Non è un posto famoso. Non è un posto che si trova sulle guide turistiche. È un posto dove la gente lavora, racconta storie, e tira avanti.
Dai suoi compaesani, per la maggior parte contrabbandieri e pescatori di frodo, tutti individui dotati di una fantasia senza limiti, Fo impara a vedere e a leggere le cose in un certo modo.
Ma è il nonno, soprattutto, a plasmare l’anima del piccolo Dario. Le favole di suo nonno non erano semplici favole. Erano qualcosa di più, perché arricchite di aneddoti e storie di vita locale, che le rendevano più vere. Suo nonno era il tipico affabulatore di paese. Ed è proprio ai racconti del nonno che si è ispirato per creare il suo particolarissimo modo di fare teatro.
Un nonno affabulatore. Un padre che, quando non era impegnato nel suo lavoro di capostazione, si dilettava come interprete di varie opere teatrali in una compagnia d’attori dilettanti. Dario non aveva scampo: il teatro era già nel sangue, prima ancora che lui capisse cos’era il teatro.
Milano, Brera, e la scelta di non scegliere
Da giovane, Dario Fo non si accontenta di una sola vita. Sin da giovane ha dimostrato un talento eccezionale per l’arte, studiando pittura e frequentando l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, per poi iscriversi alla facoltà di Architettura del Politecnico, che abbandonò senza conseguire la laurea.
Pittore. Architetto. Attore. Scrittore. Regista. Cantautore. Scenografo. Fo accumula identità come altri collezionano francobolli. E in quella Milano del dopoguerra, nell’ambiente degli artisti cittadini stringe amicizia tra gli altri con Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. Un trio di geni irregolari che avrebbero lasciato il segno su tutta la cultura popolare italiana.
L’ironia della sorte? Giovanissimo abbandona la facoltà prima della laurea. Una volta affermato, riceverà nel tempo numerosissime lauree honoris causa.
L’amore, visto in fotografia
Ogni grande uomo ha una storia d’amore che lo definisce. Quella di Dario Fo inizia con uno sguardo a una fotografia.
Dario Fo vide per la prima volta sua moglie in una fotografia. E se ne innamorò perdutamente. Si racconta che vide la foto di Franca Rame a casa della futura suocera e che non poté non esclamare un estasiato “che bella!”. La sorella di Franca, Pia, gli disse che da lì a poco l’avrebbe conosciuta. I due erano stati scritturati come attori nella stessa compagnia. E la loro storia d’amore nacque tra le assi del palcoscenico, scambiandosi sguardi innamorati tra una battuta e l’altra.
Incontra Franca Rame, attrice e collega, che sposa il 24 giugno 1954 nella basilica di Sant’Ambrogio. Da quel momento, non sono più due persone separate. Sono un binomio, una forza della natura, una coppia che avrebbe cambiato per sempre il teatro italiano.
Il palco come piazza, la piazza come palco
Dario Fo avrebbe potuto fare il teatro dei ricchi. Avrebbe potuto riempire i teatri borghesi, incassare il botteghino, vivere bene. Scelse il contrario.
Era convinto che il teatro dovesse uscire dal teatro e scendere in piazza, per andare dalla gente. Per andare dalle persone meno abbienti. Da quelle persone che non possono permettersi di comprare un biglietto.

Fabbriche, case del popolo, cortili, piazze. Fo porta il suo teatro dove non è mai arrivato nessuno. E ogni volta che la censura televisiva tenta di metterlo a tacere — e ci prova spesso, con accanimento — lui rilancia. La censura intervenne così spesso che lui e Franca abbandonarono la televisione in favore del teatro.
Nel 1969 nasce Mistero Buffo, lo spettacolo che lo consacra. Dario Fo, in maglione e pantaloni neri, solo sul palcoscenico, racconta e mima storie spesso di soggetto medievale o religioso: la resurrezione di Lazzaro, la vestizione di papa Bonifacio VIII, uno Zanni affamato che sogna di prepararsi una zuppa gigantesca, ma quando si sveglia, divora con gusto una mosca.
In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste.”
Per quello spettacolo inventa il Grammelot: una lingua che costituisce un mix tra dialetto padano, neologismi, linguaggio antico e medievale, fatto principalmente di onomatopee e parole prive di significato che riecheggiano ritmo e intonazione di linguaggi esistenti. Una lingua che non esiste, eppure tutti capiscono. Il linguaggio universale del corpo, del ritmo, della verità.
Il Nobel che scandalizzò l’Italia
Il 9 ottobre 1997, la Svezia chiama. Dario Fo era impegnato nella registrazione di una trasmissione televisiva assieme ad Ambra Angiolini ed è quindi possibile vedere le sue prime reazioni alla sconcertante sorpresa.
Nel 1997 riceve il Premio Nobel per la Letteratura, “per avere emulato i giullari del Medio Evo, flagellando l’autorità e sostenendo la dignità degli oppressi”.
La reazione dell’intellighenzia italiana? Fredda. Scandalizzata, quasi. Alcuni hanno perfino asserito di non sapere chi fosse Fo.
Un Paese che non riconosce il suo genio finché non arriva la validazione straniera. Fo avrebbe riso anche di questo, probabilmente. Era il suo mestiere, dopotutto.
L’eredità di un uomo che rideva sul serio
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Perché Fo non era solo un comico. Era un testimone. Un archivio vivente delle contraddizioni italiane. Un uomo che aveva scelto di stare dalla parte degli ultimi non per ideologia, ma per vocazione — la stessa vocazione di quel nonno affabulatore che sulle rive del Lago Maggiore raccontava storie ai pescatori di frodo.
Oggi, 24 marzo, Dario Fo avrebbe compiuto 100 anni. Il più grande giullare che l’Italia abbia mai avuto. Un uomo che non si è mai inginocchiato davanti a nessun potere. Che ha usato la risata come altri usano le armi.
E che ci ha lasciato la cosa più rara: il coraggio di essere liberi.
Dario Fo (Leggiuno-Sangiano, 24 marzo 1926 – Milano, 13 ottobre 2016). Premio Nobel per la Letteratura 1997.







