Poeta, regista, corsaro. A 104 anni dalla sua nascita, l’uomo che ha scomodato il Novecento ci parla ancora — con una voce che nessun silenzio ha saputo zittire.
Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d’altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini.
P.P. Pasolini, La Religione del mio tempo, 1961
C’è un’Italia che non esiste più. Un’Italia contadina, povera e dignitosa, che sapeva ancora distinguere tra il sacro e il profano, tra la carne e il peccato, tra l’autenticità e la menzogna del benessere. Pier Paolo Pasolini l’ha amata in modo viscerale, ossessivo, quasi disperato — e ha pianto la sua scomparsa con parole che bruciano ancora.
Nato a Bologna il 5 marzo 1922, figlio di un ufficiale dell’esercito e di una maestra friulana, Pasolini ha attraversato il Novecento come una ferita aperta. Poeta prima di tutto, poi narratore, poi cineasta, poi corsaro — come amava definirsi lui stesso nelle sue “Lettere luterane” al Corriere della Sera. Un uomo capace di fare della propria vita un’opera d’arte scomoda, contraddittoria, impossibile da archiviare.

A 104 anni dalla nascita, scegliere Pasolini come figura di copertina non è nostalgia. È necessità. Perché le domande che ha posto — sul potere, sull’identità, sul corpo, sulla lingua, sulla perdita dell’autenticità nel capitalismo consumista — non hanno ancora trovato risposta. Anzi: si sono fatte più urgenti.
Pier Paolo Pasolini in date…
- 1922 — Nasce a Bologna il 5 marzo. L’infanzia è nomade, al seguito del padre militare.
- 1942 — Pubblica la prima raccolta di poesie in dialetto friulano, Poesie a Casarsa.
- 1950 — Si trasferisce a Roma con la madre. Scopre le borgate, i ragazzi di vita. Una rivelazione.
- 1955 — Esce Ragazzi di vita. Scandalo, processo, gloria.
- 1961 — Accattone: il suo esordio cinematografico ridefinisce il neorealismo.
- 1964 — Il Vangelo secondo Matteo. Un marxista gira il film su Cristo più bello della storia del cinema.
- 1975 — Viene assassinato all’Idroscalo di Ostia nella notte tra il 1° e il 2 novembre. Aveva 53 anni.
Il fascismo non era solo una dittatura. Era un’antropologia. E il nuovo potere consumista ne è una versione infinitamente più pericolosa, perché non si vede.
Pier Paolo Pasolini
L’uomo Pier Paolo Pasolini, il corpo come campo di battaglia
Pasolini non ha mai separato la vita dall’opera. Omosessuale in un’Italia che lo giudicava due volte — come comunista e come peccatore — ha fatto del proprio desiderio una categoria politica prima ancora che esistenziale. Il corpo, in Pasolini, è sempre anche storia: è il corpo dei borgatari romani, sudato e vivo; è il corpo del Cristo di Matteo, terroso e reale; è il suo stesso corpo, offerto e vulnerabile.
Quella di Pasolini non è stata un’identità da esibire come bandiera, ma da abitare come destino. In questo è stato più radicale di molti che oggi si fregiano del suo nome: non ha mai chiesto di essere capito, solo di essere letto. Con onestà. Con coraggio. Senza sconti.
Il pensiero · Contro lo sviluppo senza progresso
Negli ultimi anni della sua vita, Pasolini si è trasformato in un pamphletista feroce. I suoi Scritti corsari sul Corriere della Sera — scritti tra il 1973 e il 1975 — sono forse la sua opera più profetica. In essi denunciava ciò che chiamava il “genocidio culturale” operato dalla televisione, dalla pubblicità, dal neocapitalismo italiano: la distruzione delle culture locali, del dialetto, della diversità, in nome di un’omologazione massificante.

«I ragazzi di oggi», scriveva Pier Paolo Pasolini 50 anni fa, «hanno tutti la stessa faccia. Non per una dittatura, ma per qualcosa di peggio: il consenso.»
Sostituite “televisione” con “algoritmo” e “pubblicità” con “influencer marketing”: è il mondo di oggi, descritto cinquant’anni fa…
L’eredità di Pier Paolo Pasolini | cinque lasciti fondamentali ancora oggi secondo la nostra redazione
Cosa rimane, concretamente, di Pasolini all’uomo contemporaneo? Non la nostalgia — che lui avrebbe detestato — ma cinque strumenti di lettura del presente.
01 · Il sospetto verso il potere Ogni forma di potere — politico, economico, culturale — tende alla mistificazione. Pasolini ci insegna a non fidarsi mai del consenso facile, del racconto univoco, dell’ottimismo obbligatorio.
02 · La difesa delle differenze L’omologazione non è libertà. La scomparsa delle culture locali, dei dialetti, delle identità periferiche è una perdita irreversibile. La vera ricchezza è nella diversità irriducibile.
03 · La politicità del corpo Il corpo non è privato. È il luogo in cui si esercita il controllo sociale, in cui si manifestano le ingiustizie di classe, in cui si vive o si nega la propria umanità.
04 · Il coraggio dello scandalo Non ogni provocazione è arte. Ma ogni arte autentica, in un certo momento, è scandalosa. Pasolini non cercava lo scandalo: ma non lo evitava per compiacere nessuno.
05 · La poesia come resistenza In un mondo di comunicazione digitale e ritmo frenetico, la poesia — lenta, imprendibile, inutile per definizione — è un atto di resistenza. È il tempo sottratto alla produttività.
E se Pier Paolo Pasolini vivesse oggi ?
È un gioco pericoloso, quello di immaginare cosa farebbe o direbbe un morto. Ma nel caso di Pasolini, la tentazione è forte — e in qualche modo legittima, perché i suoi testi sono costruiti con una tale capacità profetica da resistere al tempo.
Vivendo nel 2026, Pasolini avrebbe probabilmente rifiutato di avere un profilo Instagram. Avrebbe scritto articoli scomodi su qualche testata disposta ad accettarli — sempre meno. Avrebbe filmato i migranti che attraversano il Mediterraneo con la stessa pietà con cui ha filmato i sottoproletari romani. Avrebbe trovato nella crisi climatica la conferma della sua teoria: che lo sviluppo senza progresso porta alla morte, non solo metaforica.
Ma soprattutto avrebbe continuato a fare la cosa che più lo rendeva insopportabile ai contemporanei: dire la verità anche quando fa male.
Anche quando contraddiceva se stesso. Anche quando lo lasciava solo.
So dove voglio arrivare, ma non so come ci arriverò. So chi sono, ma non so cosa diventerò.
P.P. Pasolini, intervista, 1975
È forse la definizione più onesta che un uomo abbia mai dato di sé stesso. Ed è per questo che, 104 anni dopo la sua nascita, Pier Paolo Pasolini è ancora vivo — nel senso più letterale: è ancora capace di disturbare, di provocare pensiero, di rendere inquieta la nostra coscienza.
Non è una statua da onorare. È un interlocutore da affrontare.



