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Scoprilo a € 5,99L’amore per la verità e la sete di giustizia hanno segnato il percorso di Giancarlo Siani sino alla sua morte, avvenuta per mano della camorra il 23 settembre 1985.
Nella vita si compiono delle scelte e da quelle può dipendere il destino della propria esistenza. Giancarlo Siani aveva 26 anni; ancora troppo pochi, ma già abbastanza per fargli capire cosa volesse davvero. Faceva quello che Albert Camus aveva definito il mestiere più bello del mondo: il giornalista.
Ma se il mondo che conosci è quello di Torre Annunziata, devi abituarti ad una bellezza ben diversa e trasformare quel lavoro in una lotta per la giustizia. Perché in alcune zone della Campania, negli anni 80 si combattevano spietate guerre di camorra. Un territorio in cui l’unica legge conosciuta era l’illegalità e in cui la malavita dettava ordini, decidendo chi doveva morire e chi doveva vivere. Una carneficina che si è prolungata per anni, mietendo vittime e seminando terrore nelle strade. In quel mondo fare il giornalista significava, non solo raccontare i fatti di cronaca, ma anche indagare per cogliere retroscena, ricostruendo eventi e dinamiche. Giancarlo Siani ha agito nel segno della giustizia, vedendo in quella professione che amava tanto una missione sociale.
Giancarlo Siani e la passione per il giornalismo
Proveniente da una famiglia della media borghesia napoletana, Giancarlo Siani inizia ad appassionarsi alla scrittura negli anni liceali. Poco dopo, durante il periodo universitario, comprende di voler diventare un giornalista. Una professione nobile, in cui lui desidera mettere in pratica il suo senso di giustizia. Nella scrittura, infatti, vede uno strumento concreto di denuncia e cambiamento. Il suo giornalismo non si limita a riportare notizie per informare il prossimo, ma si pone l’obiettivo di formare la comunità, offendo una nuova prospettiva per il futuro.
Dopo anni di gavetta e sacrifici, che fanno parte dell’arduo percorso giornalistico, inizia a collaborare per Il Mattino, venendo assegnato nella sede di Castellammare di Stabia. Come corrispondente di Torre Annunziata inizia ad osservare il contesto sociale circostante, venendo a contatto con una realtà complessa, segnata dalle continue interferenze della camorra nelle attività pubbliche. In un territorio in cui lo Stato fa fatica ad imporsi e in cui sembra non esserci più alcuna speranza se non quella dell’esilio, Giancarlo Siani ha provato, con la sua penna, a riportare in vita il senso di onestà e lealtà di una comunità che si era piegata alla malavita.

Le indagini sulla camorra di Giancarlo Siani
A Torre Annunziata, Giancarlo Siani trova una città stretta nella morsa camorristica. Una roccaforte dominata dal clan dei Gionta, in cui il silenzio si fonde con la paura e l’omertà sembra essere l’unica strada percorribile. Giancarlo osserva ogni angolo della città torrese, ricostruendo le dinamiche di un potere criminale in cerca di nuove alleanze. Perché la camorra negli anni 80 era caratterizzata da equilibri fragili, da una rete di traffici e coalizioni in cui tutto poteva cambiare da un momento all’altro.
Affascinato dalle dinamiche sociali, inizia ad occuparsi di emarginazione, studiando i fatti legati alla droga, all’abusivismo, al lavoro. E questo dedalo di eventi sembra ricondurre sempre all’egemonia camorristica. I suoi articoli non sono basati sulla cronaca nera, ma si presentano come analisi di strategie criminali, di alleanze che non possono essere svelate, di intrecci per accrescere il lucro e gli interessi.
Una fotografia di una realtà che nessuno fino a quel momento aveva avuto il coraggio di fare. A Torre Annunziata il giogo dei Gionta aveva spento ogni forma di speranza e il coraggio non era sufficiente a sfidare il potere criminale. Per Giancarlo Siani la denuncia sociale è frutto dell’amore per la verità e del desiderio di cambiare le cose attraverso le parole.
L’articolo del 10 giugno 1985
Il 26 agosto 1984, una strage di stampo camorristico tinge le strade torresi di sangue. Un rosso vivo e un terrore intenso che spingono il giovane giornalista ad indagare sempre di più per ricostruire la rete di accordi e vendette della malavita campana. Meno di un anno dopo, il 10 giugno 1985, Siani firma un articolo in cui ricostruisce le dinamiche che si celano dietro la cattura di Valentino Gionta, avvenuta in una tenuta a Marano di Napoli appartenente al clan Nuvoletta.
Con quell’articolo, con quella lettura attenta dei fatti, il giovane giornalista de Il Mattino diviene il principale bersaglio della criminalità organizzata, finendo nel mirino dei Nuvoletta.
23 settembre 1985: Giancarlo Siani viene assassinato
Nonostante la sua denuncia coraggiosa della realtà criminale campana, Giancarlo Siani teme una ritorsione da parte della camorra. La sera del 23 settembre sta rientrando a casa nel quartiere Arenella a Napoli. Proprio mentre stava rincasando viene raggiunto da dieci colpi esplosi da due Beretta 7.65. Siani muore a 26 anni in nome della sua passione per il giornalismo e in virtù dell’ amore per la verità e l’onestà.
Ci sono voluti anni di processi, indagini e dichiarazioni di pentiti per arrivare alla verità giudiziaria. Per la camorra Giancarlo doveva morire dopo aver dato vita ad indagini giornalistiche sugli appalti truccati.
Il 15 aprile 1997, la Corte d’Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo come mandanti dell’omicidio i fratelli Lorenzo e Angelo Nuvoletta e Luigi Baccantea. Come esecutori materiali sono stati individuati Ciro Cappuccio e Armando Del Core.
Quarantuno anni dopo il suo impegno giornalistico in nome della lealtà è un manifesto di denuncia sociale ma anche un messaggio di speranza per il prossimo. Oggi la camorra abita ancora in tantissimi comuni campani; si insinua nei palazzi del potere, negli appalti truccati e nel putrido desiderio di accrescere i propri interessi. A più di quattro decenni di distanza, però, la legalità riesce ancora una volta a far emergere la parte più bella di una terra che è riuscita in parte a rinascere dalle ceneri delle guerre camorristiche.







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