Il 16 marzo 1978, un giovedì mattina come tanti, Aldo Moro saliva sulla sua Fiat 130 blu per andare a Montecitorio.
Immaginate la scena: lui, il leader della Democrazia Cristiana, padre del “compromesso storico”, diretto alla fiducia del governo Andreotti.
Pochi minuti dopo, in via Fani a Roma, tutto cambia. Un commando delle Brigate Rosse ferma l’auto, spara raffiche micidiali: cinque uomini della scorta – nomi che non dimenticheremo mai: Giulio Rivera, Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi – cadono senza scampo in 55 secondi. Moro viene trascinato via, vivo, verso 55 giorni di inferno.
Quei giorni sono un pugno nello stomaco della storia italiana. Le Brigate Rosse lo chiamano “prigioniero politico”, lo rinchiudono in un “carcere del popolo”.
Lui scrive lettere strazianti – oltre 80 – a familiari, amici, persino al Papa. Parole disperate: “Non mi abbandonate”. Implora uno scambio di prigionieri, ma lo Stato sceglie la fermezza. Niente trattative. Quelle pagine gialle, oggi conservate, ci mostrano un uomo solo, lucido, che crede ancora nel dialogo tra DC e PCI per salvare l’Italia dagli “anni di piombo”.

Il 9 maggio arriva il colpo finale. Undici pallottole. Il corpo di Moro, 65 anni, finisce nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani – a metà strada tra la sede DC e quella comunista.
Un messaggio crudele. Mezzo milione di italiani ai funerali, lacrime, rabbia, un paese ferito che dice basta al terrorismo. Oggi, 16 marzo 2026, sono 48 anni. Una ferita aperta, come dice Valter Mainetti: “Un monito al valore della democrazia”.
Perché ne parliamo ancora? Perché quel giorno non fu solo un sequestro: fu un attacco al cuore della Repubblica, tra ombre di mandanti occulti e depistaggi.
Le commemorazioni in via Fani, con fiori e silenzi, tengono viva la memoria. Moro, intellettuale cattolico, uomo di pace, ci insegna che la violenza non paga. In un’Italia polarizzata, la sua lezione è attuale: dialogare, vigilare, ricordare. Non lasciare che l’oblio vinca sul terrore.
Pensa a quelle famiglie distrutte, a un leader che sognava un’Italia unita. Oggi, fermati un attimo. La democrazia non è data per scontata. È un impegno quotidiano.





