Lo stretto di Hormuz torna al centro della scena mondiale: un gruppo di sette Paesi, tra cui l’Italia, si prepara a un piano ambizioso per garantirne la riapertura e la sicurezza delle rotte commerciali, mentre il prezzo del petrolio resta sotto pressione e la tensione nel Golfo resta altissima.
Si tratta di uno snodo strategico per l’energia globale: da qui passa circa un quinto del petrolio e del gas liquido scambiati ogni giorno, e il suo blocco parziale, imposto dall’Iran, ha già innescato balzi nei prezzi e spaventato i mercati.
Chi sono i “sette” dietro il piano?
Il nucleo operativo è formato da Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone, che hanno lanciato una dichiarazione congiunta per garantire la “libertà di navigazione” nello stretto, chiuso di fatto dalle forze iraniane. A questi si aggiungono altri partner, tra cui il Canada, su richiesta di Washington, che punta a trasformare il raggruppamento in una vera coalizione navale sotto il coordinamento Usa.
Per l’Italia la linea è chiara: voglia di proteggere i mercati energetici europei e gli interessi economici del Paese, ma con l’esigenza di un’operazione formalmente inquadrata nel diritto internazionale e, se possibile, sotto mandato ONU, per evitare un coinvolgimento diretto in un nuovo conflitto aperto. Una cautela che riflette il tentativo di Roma di bilanciare pressioni Atlantiche e la necessità di non alimentare ulteriori escalation.
Hormuz come “arma” dell’Iran
La chiusura parziale dello stretto da parte dell’Iran è stata finora usata come leva intimidatoria nel conflitto più ampio: il regime ha risposto a raid Usa‑israeliani colpendo impianti energetici e infrastrutture civili, bloccando le navi non allineate e lasciando passare solo quelle di Paesi neutri o non filo‑americani. Gli attacchi contro petroliere disarmate e impianti petroliferi sono stati condannati dai sei firmatari come “minaccia alla pace e alla stabilità regionale” e come rischio di escalation irrecuperabile.
Allo stesso tempo, Teheran ha lasciato intravedere una possibile “moratoria” sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, mostrandosi sensibile alle pressioni dei mercati e alle ricadute economiche del blocco. Questo vuoto di tregua tattica ha aperto la strada al piano dei sette, che tenta di trasformare la pausa degli attacchi in un dispositivo di sicurezza strutturato sulle rotte del Golfo.
La pattuglia navale e il timore di una guerra
Il piano prevede, in sintesi, un dispositivo navale multinazionale incaricato di pattugliare lo stretto, scortare le petroliere e dissuadere nuove manovre di blocco. Trump ha chiesto a “circa sette Paesi” di inviare navi da guerra per sorvegliare Hormuz, evocando anche il possibile impiego di marines e caccia F‑35B se la situazione dovesse precipitare.
In Europa, però, l’entusiasmo è contenuto: alcuni governi temono che una coalizione guidata dagli Usa, senza mandato ONU, diventi un pretesto per un’escalation militare nel Golfo. L’Italia e altri Paesi insistono sul ruolo delle Nazioni Unite e sulla necessità di un quadro politico chiaro, così da evitare che la missione si trasformi in una sorta di estensione dello scontro tra Washington e Teheran.
Perché la questione tocca l’Italia?
Per Roma, Hormuz non è solo una voce nelle dichiarazioni di politica estera: è un nodo cruciale per l’approvvigionamento energetico italiano ed europeo. Se il blocco diventasse totale, il prezzo del petrolio e del gas salirebbe rapidamente, con impatti diretti su bollette, carburante, trasporti e consumi delle famiglie.
Inoltre, l’Italia è un attore logistico‑finanziario rilevante nel Mediterraneo e nel dialogo Euro‑asiatico: una presenza navale in una missione multilaterale a difesa delle rotte potrebbe rafforzare il suo peso geopolitico, purché non venga percepita come un’azione puramente di parte americana.
Il rischio di una nuova tempesta energetica
Nonostante il tentativo di accordo e la dichiarazione dei sei‑sette Paesi, il clima resta incandescente: Trump minaccia il “ripristino totale” delle rotte con tutti i mezzi, mentre l’Iran considera lo stretto parte del proprio spazio strategico e non esclude nuove reazioni se la coalizione venisse letta come un’aggressione diretta. L’instabilità interna in Iran, con proteste e tensioni sociali, potrebbe spingere Teheran a usare ancora una volta Hormuz come leva di pressione.
Per i nostri lettori, il tema di Hormuz può sembrare confinato alle cronache di geopolitica, ma in realtà è legato alla pompa del distributore, al costo del volo e alla bolletta di casa.
Il piano dei sette Paesi è un tentativo di riportare una parvenza di normalità nel passaggio più caldo del pianeta, ma con il rischio concreto che sotto la parola “riapertura” si nasconda una nuova fase di guerra nel Golfo.






