Le aziende italiane e il capitale naturale: consapevolezza alta, azione ancora limitata.

La biodiversità nelle strategie aziendali rimane marginale, nonostante il 78% delle imprese riconosca l’importanza della tutela ambientale.

I dati del nuovo report presentato alla COP30 rivelano un gap tra consapevolezza e implementazione

Le aziende italiane stanno prendendo coscienza dell’importanza del capitale naturale, ma la strada verso un’effettiva integrazione della biodiversità nelle strategie di business è ancora lunga. È quanto emerge dal report Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico, presentato alla COP30 di Belém dal Global Compact Network Italia, in collaborazione con The European House – Ambrosetti e l’Università Ca’ Foscari Venezia, con il supporto di Edison SpA.

La ricerca, che ha analizzato 169 grandi aziende italiane e coinvolto 115 imprese aderenti al Network, mette in luce una contraddizione significativa: mentre il 78% delle aziende è consapevole che proteggere la natura rafforza la resilienza del proprio business, solo il 42% monitora in modo sistematico gli impatti delle proprie attività su biodiversità ed ecosistemi. Un divario che evidenzia come la consapevolezza teorica non si traduca ancora in azione concreta.

Il gap tra consapevolezza e azione

I dati parlano chiaro: circa la metà delle imprese italiane dichiara di avere strumenti per gestire emissioni, acqua e rifiuti, ma quando si parla di tutela della biodiversità la percentuale crolla. Solo l’8% delle aziende ha già adottato un Piano di Transizione per la Biodiversità, e appena il 31% ha definito una policy aziendale specifica, nonostante il 70% riconosca che un approccio integrato tra clima e natura porta benefici concreti.

L’integrazione del capitale naturale – l’insieme delle risorse e dei servizi forniti dalla natura – nelle strategie ambientali delle imprese è in crescita, ma rimane poco strutturata. Il 57% delle aziende afferma di tenerne conto nelle proprie valutazioni ambientali, ma nella maggior parte dei casi la spinta ad agire viene dalla necessità di gestire i rischi (67%), piuttosto che da una visione strategica di lungo termine.

Le barriere all’implementazione

Le imprese italiane segnalano diverse difficoltà nell’adozione di misure concrete per la tutela del capitale naturale. Le principali barriere riguardano il coinvolgimento della filiera, i costi elevati, la mancanza di strumenti adeguati e di competenze interne. Per superare questi ostacoli, le aziende chiedono incentivi economici, linee guida pratiche e strumenti di misurazione efficaci.

Un dato incoraggiante arriva però dalle prospettive future: l’81% delle aziende prevede di rafforzare il proprio impegno nei prossimi anni, segnalando una crescente sensibilità verso questi temi.

Un patrimonio a rischio

Il contesto italiano rende ancora più urgente l’azione. Il nostro Paese vanta un patrimonio naturale straordinario – che comprende oltre un terzo delle specie animali europee e quasi metà della flora – ma mostra segnali allarmanti: 58 ecosistemi terrestri su 85 sono a rischio, pari al 46% del territorio nazionale.

A livello globale, la posta in gioco è altissima. Più della metà del PIL mondiale, pari a circa 55.000 miliardi di dollari, dipende direttamente dai servizi forniti dagli ecosistemi. In Europa, il 72% delle imprese è legato ad almeno uno di questi servizi naturali, e in Italia quasi l’80% dei prestiti bancari è esposto a settori vulnerabili ai rischi ambientali.

Serve un’alleanza pubblico-privato

Per raggiungere gli obiettivi fissati dal Global Biodiversity Framework al 2030, sarà necessario incrementare in modo significativo i flussi finanziari destinati alla tutela della natura

ha dichiarato Filippo Bettini, Presidente di UN Global Compact Network Italia. Oggi, a fronte di un fabbisogno stimato in 1.150 miliardi di dollari all’anno – pari all’1% del PIL globale – solo 208 miliardi vengono effettivamente mobilitati. Le risorse pubbliche da sole non bastano, così come la quota di circa 35 miliardi proveniente dal settore privato.

Come sottolinea Daniela Bernacchi, Executive Director di UN Global Compact Network Italia, “il capitale naturale rappresenta un vero e proprio asset strategico e ignorarlo significa mettere a rischio il benessere delle persone, la solidità dei sistemi finanziari e le prospettive di sviluppo. Non si tratta solo di una responsabilità ambientale, ma di una scelta strategica che rafforza la resilienza del business e prepara le aziende a un futuro in cui sostenibilità e competitività saranno sempre più interdipendenti.

La sfida per le imprese italiane è chiara: trasformare la crescente consapevolezza in azione concreta, dotandosi degli strumenti, delle competenze e della governance necessarie per gestire le proprie dipendenze e i propri impatti sul capitale naturale.


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