Il 9 aprile 1926 nasceva a Chicago Hugh Hefner, fondatore di Playboy; a cent’anni dalla nascita, MondoUomo.it vi racconta la storia dell’uomo che — tra luci e ombre — riscrisse i confini del desiderio, della libertà e della cultura popolare americana e di tutto il mondo.
C’è una data che, nel calendario del Novecento americano, vale quanto un manifesto: il 9 aprile 1926. Quel giorno, in una casa borghese di Chicago, nacque Hugh Marston Hefner. Un bambino cresciuto in una famiglia metodista, repressiva nei sentimenti, parsimoniosa nelle emozioni. Un bambino che — da adulto — avrebbe fondato l’impero culturale ed editoriale più controverso, più imitato e più discusso del ventesimo secolo. Oggi, a cent’anni esatti dalla sua nascita, vale la pena fermarsi. Non per santificarlo. Non per condannarlo. Ma per capire chi era davvero l’uomo dietro la vestaglia di seta rossa.
Chicago, 1926: Hugh Hefner, il bambino che sognava in grande
Hugh Hefner non nasce ricco, non nasce libero, non nasce ribelle. Nasce timido. I suoi genitori — Glenn e Grace Hefner — erano due protestanti del Midwest che non si abbracciavano mai davanti ai figli, che non pronunciavano la parola “amore” come se costasse troppo. Hugh lo ha raccontato più volte, in decenni di interviste: quella casa silenziosa, quella freddezza affettiva, quell’assenza totale di tenerezza fisica. “Non ricordo che mia madre mi abbia mai abbracciato”, disse una volta. E in quella frase c’è già il germe di tutto quello che verrà dopo.
Disegna fumetti da ragazzo. Si inventa mondi. Frequenta la Sayre Elementary School e poi la Steinmetz High School, dove emerge come personalità creativa: dirige il giornale scolastico, organizza eventi, racconta storie. Studia psicologia all’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, si laurea in soli due anni e mezzo. Poi il servizio militare, poi un master interrotto, poi il mondo reale — che per un giovane con la testa piena di sogni e il portafoglio quasi vuoto si rivela subito più duro del previsto.
Il dicembre 1953 che cambiò tutto
Hefner ha 27 anni, un mutuo da pagare, una moglie — Mildred Williams, sposata nel 1949 — e un’idea in testa che a chiunque sembrerebbe folle: fondare una rivista per uomini adulti, raffinata, letteraria, audace. Una rivista che parlasse di sesso senza vergogna, ma anche di jazz, di cucina, di filosofia, di moda. Una rivista che dicesse agli americani del dopoguerra: va bene godersi la vita. Anzi, è un diritto.
Raccoglie 8.000 dollari — in parte presi in prestito, in parte ricavati da un prestito bancario contro i mobili di casa — e nel dicembre 1953 esce il primo numero di Playboy.
In copertina, Marilyn Monroe. Non era una foto nuova: Hefner l’aveva acquistata da un calendario per 500 dollari. Ma quella copertina, in quella combinazione con quel nome e con quel coniglietto stilizzato, fu un terremoto culturale. Vendette 54.000 copie. Senza nemmeno una data stampata in copertina, perché Hefner non era sicuro che ci sarebbe stato un secondo numero.
Ci fu. E poi un altro. E poi un altro ancora.
Hugh Hefner e Playboy come manifesto: libertà, piacere e americanità
Sarebbe sbagliato ridurre Playboy a una rivista di fotografie. Sarebbe come descrivere la Cappella Sistina come “un soffitto dipinto”. Nei suoi anni d’oro — tra la metà degli anni Cinquanta e i Settanta — Playboy pubblicò interviste a Martin Luther King Jr., racconti di Ray Bradbury, Jack Kerouac e Vladimir Nabokov, reportage giornalistici di rilievo mondiale, le prime interviste pubbliche a Jimmy Carter e John Lennon. Il “Playboy Interview” era uno dei format più temuti e rispettati del giornalismo americano.
Hefner usò la rivista anche come piattaforma politica. Mentre l’America della segregazione razziale vietava ai Neri di sedersi allo stesso banco dei Bianchi, i Playboy Club — i locali notturni della catena che Hefner aprì a partire dal 1960 — erano esplicitamente integrati.
Le Bunny Girl erano bianche, nere, ispaniche, asiatiche. Non era un gesto simbolico: era una presa di posizione reale, in un’epoca in cui certe scelte costavano care.
Hefner finanziò battaglie legali per il diritto all’aborto, si schierò contro la censura, sostenne la depenalizzazione delle droghe leggere, fu tra i primi editori a opporsi pubblicamente alle leggi anti-gay. La sua visione del mondo — liberal, edonista, individualista — era perfettamente coerente: il corpo è tuo, il piacere è tuo, lo Stato non ha nulla da dire su come vivi la tua vita privata.
La Playboy Mansion: il sogno e la gabbia dorata di Hugh Hefner
Nel 1971 Hefner acquistò una villa a Holmby Hills, Los Angeles. Piscina con grotta, zoo privato, campo da tennis, sala cinematografica, stanze tematiche. La Playboy Mansion divenne il set permanente di una festa che sembrava non finire mai: attori, politici, atleti, rockstar, modelle. Un circo permanente, un palcoscenico su cui Hefner recitava ogni giorno il ruolo del padrone di casa definitivo.
Ma quella villa era anche una prigione — dorata, certo, ma pur sempre una prigione. Negli ultimi decenni della sua vita, Hefner raramente usciva. Dormiva fino a pomeriggio inoltrato, guardava film in loop, riceveva ospiti in vestaglia. Era diventato prigioniero del personaggio che aveva inventato. L’uomo che aveva predicato la libertà totale viveva, alla fine, in uno spazio di poche centinaia di metri quadri, circondato da giovani donne e sì uomini, ma sempre più solo nel senso autentico della parola.
Le ombre: le accuse, le contraddizioni, il lascito difficile di Hugh Hefner
Non si può raccontare Hefner nel 2026 senza affrontare le ombre. E sono ombre pesanti. Negli anni successivi alla sua morte — avvenuta il 27 settembre 2017, a 91 anni, nella sua villa — sono emerse testimonianze di ex compagne e residenti della Mansion che descrivono un ambiente di controllo, manipolazione psicologica, pressioni a consumare droghe e alcol, dinamiche di potere squilibrate e spesso abusive. Il documentario “Secrets of Playboy” del 2022 ha raccolto voci che dipingono un quadro molto lontano dall’immagine glamour costruita per decenni.
Hefner era davvero un liberatore sessuale, o era semplicemente un uomo di potere che aveva trovato il modo più elegante per esercitare quel potere sulle donne?
Era un femminista ante litteram, come si definiva — citando il fatto che Playboy assunse tra le prime donne dirigenti nella storia dell’editoria americana — o era l’archetipo del predatore con buone pubbliche relazioni? La risposta onesta è che era probabilmente entrambe le cose, e questa complessità è esattamente ciò che rende la sua figura tanto difficile da archiviare con un giudizio netto.
L’eredità culturale di Hugh Hefner: cosa resta, cent’anni dopo
Playboy, nel 1975, vendeva 5,6 milioni di copie al mese. Era la rivista più letta d’America. Oggi esiste ancora — solo online, dal 2020 — ma è un’ombra di quello che fu. Il modello di business è stato spazzato via da internet, la rivoluzione sessuale che Hefner aveva contribuito a innescare si è trasformata in qualcosa che lui non riusciva più a governare né a comprendere.
Ma l’influenza culturale di Playboy — e di Hefner — è ovunque, anche dove non la si vede. Il modo in cui l’Occidente parla di stile maschile, di arredamento, di cocktail, di musica jazz, di design grafico: Playboy ha contribuito a definire tutto questo. Il “Playboy Advisor” — la rubrica di consigli sulla vita che andava ben oltre il sesso, occupandosi di etichetta, di moda, di galateo — fu per milioni di uomini americani la prima, vera guida alla vita adulta. Prima che esistesse GQ, prima che esistesse Esquire nella sua forma moderna, prima che esistessero i blog di lifestyle, c’era Playboy.
L’uomo in vestaglia: chi era davvero Hugh Hefner?
Chi lo conobbe da vicino — e non nel contesto della Mansion, ma negli anni in cui era ancora un editore operativo — racconta di un uomo di straordinaria curiosità intellettuale, di memoria prodigiosa, capace di parlare per ore di cinema, storia, politica, fumetti. Un uomo che aveva costruito il suo personaggio con la stessa cura con cui un regista costruisce un set: la vestaglia, la pipa, il bicchiere di Pepsi (non beveva alcolici, dettaglio quasi sempre dimenticato), i coniglieri, il jet privato chiamato “Big Bunny.
Era un visionario con i piedi nel fango, un idealista con l’istinto del commerciante, un romantico cronico che si sposò tre volte e che — nella sua ultima relazione stabile, con Crystal Harris, sposata nel 2012 quando lui aveva 86 anni e lei 26 — cercava ancora, probabilmente, quell’abbraccio che sua madre non gli aveva mai dato.

Cento anni dalla nascita di Hugh Hefner: un bilancio impossibile
Fare i conti con Hugh Hefner nel 2026 significa fare i conti con una contraddizione irrisolvibile: fu una forza di liberazione reale in un’America soffocata dal puritanesimo, e fu al tempo stesso un uomo che esercitò potere sulle donne in modi che il movimento per i diritti avrebbe giustamente chiamato in causa. Fu un editore coraggioso e un imprenditore geniale, e fu anche il protagonista di dinamiche private che non reggono alla luce del giorno.
Non esiste una sintesi pulita. Non esiste una sentenza definitiva. Esiste una vita lunga novantun anni, piena di contraddizioni enormi, di coraggio autentico e di abusi reali, di visione e di cecità. Una vita che ha lasciato un segno profondo nella cultura del Novecento — nel bene, nel male, e in tutto lo spazio grigio che sta nel mezzo.
Cent’anni fa nasceva a Chicago un bambino timido a cui nessuno aveva insegnato a ricevere affetto.
Quell’assenza lo tormentò per tutta la vita, e nel tentativo di colmarla costruì un impero. È una storia americana nel senso più autentico del termine: grandiosa, ambiziosa, generosa, spietata. E irrimediabilmente umana.
Hugh Hefner è nato il 9 aprile 1926 a Chicago, Illinois. È morto il 27 settembre 2017 a Los Angeles, California, all’età di 91 anni. È sepolto al Westwood Village Memorial Park Cemetery, nella tomba accanto a quella di Marilyn Monroe — che lui aveva acquistato in anticipo, decenni prima.




