Twitter non paga l’affitto, il proprietario della sede di San Francisco la cita in tribunale

Elon Musk Twitter

Forse troppo impegnato nel tentativo di rivoluzionare l’azienda di cui è da poco diventato proprietario, Elon Musk si è “dimenticato” di versare quanto dovuto per l’affitto delle sedi. A rinfrescargli la memoria penserà ora la causa che gli è stata intentata dal proprietario dell’immobile in cui è ubicata la sede di San Francisco.

Avete capito bene, Twitter non paga l’affitto. La cifra da versare per regolarizzare la sua posizione è in questo caso 136mila dollari. Poi, però, sarà il caso di provvedere anche ai canoni delle altre sedi e a tutti i pagamenti per i quali il social media risulta al momento inadempiente. In caso contrario Musk potrebbe trovarsi al centro di una campagna di stampa tale da apportare danni ad un’immagine pubblica che è al momento già abbastanza ammaccata.

Twitter non paga, il proprietario fa causa

La notizia relativa alla vertenza per l’affitto della sede di San Francisco, è stata resa nota da CBSNews ed è destinata naturalmente a provocare nuove polemiche, dopo quelle che hanno fatto seguito all’entrata in azione, a dire il vero abbastanza maldestra, del fondatore di Tesla all’interno di Twitter.

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Twitter non paga l'affitto

L’edificio ove il social media ha i suoi uffici, l’Hartford Building, è posizionato sulla Columbia Reit – 650 California LLC e il proprietario aveva provveduto ad avvertire la società lo scorso 21 dicembre. In particolare aveva reso noto che in caso di inadempienza entro quella data non avrebbe esitato a fare ricorso alla giustizia civile. Di fronte alla mancata regolarizzazione della controparte, è proprio quanto accaduto, stando alle notizie delle ultime ore.

Secondo le informazioni che sono state diffuse dall’emittente americana, la società cui è affidata la gestione del social avrebbe firmato un contratto di locazione all’interno del grattacielo situato in prossimità del distretto finanziario del centro californiano nel 2017 e valido sino al 2024.

I motivi della decisione

La notizia relativa alla decisione di non pagare l’affitto delle varie sedi di Twitter era stata annunciata da Elon Musk qualche settimana fa. Il miliardario di origini sudafricane, che ha appena perso lo scettro di uomo più ricco del mondo a causa di una perdita pari a 200 miliardi di dollari, ha preso la decisione in risposta alla necessità di recuperare soldi in maniera tale da poter affrontare la spesa sostenuta per acquisire la proprietà di Twitter, pari a 44 miliardi di dollari.

Oltre a sospendere i pagamenti delle sedi, il nuovo proprietario ha dato vita ad un massiccio round di licenziamenti, a seguito del quale la metà dei dipendenti è stata invitata a cercarsi una nuova occupazione. L’operazione è stata però condotta in maniera talmente maldestra da costringere Musk ad una precipitosa marcia indietro, che ha destato una certa ilarità, oltre alla decisa reazione di alcuni interessati, in particolare gli sviluppatori.

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I tagli hanno interessato anche il personale per la pulizia e la sicurezza, e sin qui non ci sarebbe nulla di particolarmente strano, trattandosi di politiche adottate da un gran numero di aziende tecnologiche per fare fronte alla crisi in atto, in maniera tale da non esserne travolte.

Non si tratta dell’unico contenzioso legale, per Twitter

Più strana e criticabile è invece la posizione presa da Musk, il quale ha invitato i dipendenti a ritardare volontariamente i pagamenti a venditori e fornitori di servizi. Un ordine eseguito in maniera sin troppo zelante, alla luce del fatto che Twitter è stata accusata da Private Jet Services Group, una importante azienda di consulenza americana, di non aver proceduto al pagamento di due voli charter di cui si è servita nello scorso mese di ottobre.

In questo caso la cifra che l’azienda deve versare per regolarizzare la sua posizione è pari a 197mila dollari. Anche in questo caso Twitter è stata chiamata a difendersi in tribunale, presso quello distrettuale del New Hampshire, nel New England. Le storie in questione stanno ora emergendo, con il rischio di gettare ulteriore discredito su un’azienda la quale non sembra destinata a trovare pace in tempi brevi.


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